La stanza di Flo’


Ciao, sono Flò ho 14 anni e ora mi trovo a vivere dai nonni. Con me ci sono anche mia sorella
e il mio fratellino.
La mia storia inizia in un passato, lontano per me, forse meno lontano per voi che leggete la
mia storia. Perché ho solo 14 anni e la mia vita è molto più corta delle vostre. Eppure è stata, fino a
poco tempo fa, una vita vissuta in sesta marcia in ogni suo attimo, sempre col fiato sospeso. Una
vita scandita da giornate a volte uguali, a volte diverse, ma con un denominatore comune: Papà e il
suo comportamento.
Sembrerà strano pensare alla relazione padre-figlia con un assioma di fondo: la negazione
dell’identità. Non è semplice accettare la realtà, riconoscere il disagio e soprattutto avere il coraggio
di raccontare. Ma, finalmente, è arrivato il momento, per me e per tutte quelle come me, di
raccontare. Ci proverò.

È così che ci sono riuscita. In una stanza, piena di colori e di oggetti caldi. Mi son sentita a
mio agio (quasi) dalla prima volta. Assomigliava ad un piccolo salotto, dove un tempo le amiche
bevevano il tè delle cinque. O dove un bambino rovesciava sul tappetone rosso il contenitore delle
sue costruzioni di legno, per farsi passare un pomeriggio noioso. O dove un marito e una moglie si
accoccolavano sul divano, vicini, per godersi la quiete di un film romantico. Una stanza dai tanti
colori, dai tanti sapori. Piena di emozioni, di ricordi, di relazioni.
Io non so dire esattamente cos’è una relazione. Forse una dimostrazione di potere e un risultato
di oppressione? Io, una relazione “sana” come di quelle che leggo in internet, non so come sia fatta,
che colore abbia, che sapore abbia.
Papà con il suo “grande Amore” ha sempre avuto il controllo su di me. Un controllo invisibile,
insapore. Un controllo ossessivo mascherato da baci, carezze e sorrisi ma che, dietro la sua porta di
casa, celava sensi di colpa, intrusioni nella mia mente, controllo dei miei pensieri e delle mie
emozioni.
Non pensate alla violenza fisica. Quella sarebbe scontata. Quella psicologica invece no. È
sottile, impalpabile, non c’è traccia visibile, nessuna prova se non la mia testimonianza. Chi può
credere alle parole di una ragazzina?! Magari “invasata” da Tik Tok ed Instagram? La più grande di
tre fratelli? La più responsabile e affidabile?
Eppure ho avuto la fortuna che qualcuno mi abbia creduta. Ma, prima di credermi, mi abbia
aiutata a realizzare, a capire che sta cosa della relazione proprio non andava bene. A farmi
comprendere che non ero io quella sbagliata, quella che meritava tutto questo.

Tutto ha inizio in quella stanza, ci entro in punta dei piedi. Forse il rumore delle mie scarpe
sul pavimento mi potrebbe svegliare da questo incubo. Ho paura. Non mi sento bene. Il mio volto è
triste, il mio cuore pesante, i pensieri turbano il mio umore in una costante oscillazione tra paura e
tristezza, rabbia e apatia.
Sono pensieri ossessivi che riguardano principalmente il cibo con attacchi di vomiting per la
paura di ingrassare. Ogni volta che introduco in bocca del cibo, provo un forte senso di nausea che
spesso mi induce il vomito. È invalidante, perché non riesco a fare merenda con i compagi di classe
durante l’intervallo; non posso uscire con i miei amici per un gelato o un sacchetto di patatine, da
sgranocchiare seduti su una panchina chiacchierando delle nostre cose; non posso andare ad una
festa di compleanno o alla pizzata della squadra.
Anche il sonno ne ha risentito: faccio spesso incubi e i protagonisti sono i membri della mia
famiglia, mi risveglio con angoscia e non riesco più a riaddormentarmi. Il giorno dopo è difficile
andare a scuola e rimanere sveglia. Sono stanca. Profondamente stanca.
Parlo poco. A volte riesco a raccontare di più. A volte mi sento bloccata. Come se qualcuno
mi tenesse legata con delle corde. Ma non le mani, le braccia o le gambe, bensì i miei pensieri, che
sembrano comandati da fili di marionette e io sempre incapace di ragionare con la mia testa, manovrata da qualcuno che dirige l’orchestra delle mie idee in una sinfonia tutta sua. Solo a volte
mi sento autonoma ma solo per qualche momento sufficiente però, in quella stanza, ad assaggiare il
brivido della libertà, di giudizio, di pensiero e di scelta. Sì, autentica libertà di scelta che ancora mi
viene impedita.
Non vorrei mai che nessuno provasse quello che sto provando io. Sentirsi in gabbia con la
testa e liberi con il corpo è una sensazione orribile.

Non capisco cosa stia succedendo. Non riesco ancora realizzare. Credo che tutto questo mio
malessere sia collegato alla mia famiglia. Effettivamente sto male quando sono a casa. Inizio a
sentire stretti quei muri. A sentire strette quelle persone. In realtà il più stretto è solo Papà!
“Papà”, la prima parola che ho detto. Papà, il primo uomo della vita di sua figlia. Papà, il
principe azzurro che uccide tutti i draghi per salvare la sua principessa. Che sia così non ne sono più
sicura! Papà non mi sta salvando. Papà non mi ha mai salvata. Papà mi ha imprigionata nel suo
castello, fatto apparentemente di un “Amore” grande, dolce come il marzapane, colorato come un
arcobaleno, leggiadro come una farfalla. Papà mi incoraggia, mi fa tante promesse, che durano
sempre pochi giorni o poche ore. Mi rassicura che tutto va bene, che non devo avere paura, che lui
mi ama e che devo credere in lui e in quello che mi dice, perché lo dice per il mio bene. Ormai penso
che mi riempia di bugie ma, forse, sono solo io che lo vedo così.
Ecco perché in quella stanza inizio a sentire invece l’amaro, la pesantezza, la prigionia di quel
suo tipo di amore. Inizio a credere che stia giocando con me ma non capisco ancora in che modo e
con che cosa.
Mi sembra di iniziare a risvegliarmi da quell’incubo. Inizio a vedere le cose in modo diverso.
Inizio a capire che il mondo che mi ero costruita non è la realtà. Papà non è l’uomo che volevo
vedere, che immaginavo. È diverso. Inizia ad essere cupo, scuro, inizia a farmi paura. È solo per
questa paura che capisco che non sono io quella sbagliata. Che non sono una principessa capricciosa
che si merita tutto questo. Che non è colpa mia.
Il mio più grande affondo sono i sensi di colpa. Una coperta che mi avvolge, mi tiene al riparo
e allo stesso tempo mi immobilizza. Una coperta di paure: “Sono io la sbagliata”, di desideri: “Papà
mi ama ed è un bravo Papà”, di speranze: “La vita è questa ed io sono fortunata ad avere un Papà
che si interessa a me”.

Questa coperta copre troppo. Inizio a sudare. Mi soffoca. Vorrei togliermela per respirare
finalmente un po’ di aria fresca.
Ecco che il coraggio inizia a fare capolino. La rabbia inizia a farsi gustare, sorso dopo sorso,
colloquio dopo colloquio, in quella stanza dal tappetone rosso. Non capisco ancora bene perché le
regole sono solo le sue.
Manipolazione! La prima parola che dà finalmente il via alla libertà dei miei pensieri. Si
aprono le acque. Un fiume in piena. Racconti, ricordi, pensieri, sensazioni. Tutto inizia a prendere
un senso: “Ho capito tutto, mi devo liberare di un peso. Domani in terapia ne parliamo”. Invio questo
messaggio, metto in silenzioso il cellulare, appoggio la testa sul cuscino e mi addormento.
Il giorno dopo, in lacrime, sono riuscita ad aprire quel rubinetto e confesso a me stessa e al
mondo intero l’abuso psicologico che ho subito da Papà in tutti questi anni.
Si, perché in tutti questi mesi mi ero allontanata da Mamma. Ci avevano separati tutti e tre da
Lei perché era “il mostro”. Accusata di violenza nei nostri confronti, di abuso di alcool, i giudici ci
avevano affidato a Papà. E io avvallavo i racconti di Papà dipingendo Mamma come un genitore
incapace e pericoloso. In verità non era così! Erano tutte le menzogne di Papà, che poi diventavano
il mio modo di pensare. Quei pensieri e ricordi manovrati come marionette dall’unico regista: Papà.
Ho dovuto mentire sulla violenza fisica di Mamma nei confronti di Papà. Mamma non ha mai
picchiato il Papà e noi figli. Certo, non è mai stata un modello materno perfetto, però neanche una
madre violenta.

Inizio a ricordare: Papà è stato molte volte violento verbalmente con me, ha perfino rotto la
porta per l’arrabbiatura e, soprattutto, manesco con mia sorella. Una volta le ha lanciato addosso il
monopattino. Papà tornava a casa ubriaco, vomitava, e io gli passavo l’asciugamano e la bacinella. E la Mamma? Ho deciso di non frequentarla più, non per mia volontà, ma perché mi sentivo
influenzata dal parere negativo che costantemente il Papà mi riversava. Mi convinceva che le
situazioni erano accadute realmente: lui me le raccontava e a me sembravano racconti reali
credendoli tali, fino a poco tempo fa.
Il rischio alternativo era una Casa-famiglia. Io non ci volevo andare. Io stavo bene con i Nonni.
Loro mi proteggevano da tutto e da tutti. Difendevano me e i miei fratelli. Loro sapevano tutto. Non
hanno mai denunciato. Però erano presenti appena la situazione in casa degenerava. E ci portavano
a casa loro. Oggi sono a casa loro.
Ho mentito a tutti perché non volevo andare a vivere in una Casa-famiglia. Papà mi aveva
terrorizzata di cosa poteva essere tale esperienza. Di quello che ti può succedere, degli abusi sessuali
e altre brutte storie.
Riconosco di aver costruito una realtà di bugie, contraddizioni, paure, causata da queste
manipolazioni psicologiche, che mi hanno portata nel tempo a non poter analizzare la situazione
familiare in modo razionale e adeguato. Ora mi sento in colpa verso la Mamma, per averla messo in
cattiva luce con continue falsità su di lei.

La coperta se ne sta andando. La verità sta venendo a galla. I miei pensieri iniziano ad essere
più liberi. Respiro finalmente aria fresca!
Inizio a percorrere la nuova strada davanti a me. Non so cosa ci sarà in fondo. Ma so che
camminerò a testa alta, con le mie gambe e soprattutto con la mia libertà. Di scelta, di giudizio, di
pensiero. E i miei fratellini sono accanto a me. Liberi anche loro. La vita ci aspetta.

E sarà meravigliosa.

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